Cinema Giapponese – Seconda Parte
Cinema Giapponese – Seconda Parte
(nota aggiornata il 16.7.2011)
In questa nota, che segue quella sul cinema giapponese dal cinema muto agli anni 70, parlo dei registi giapponesi secondo me più interessanti emersi negli ultimi anni, ovviamente in base alle mie limitate conoscenze.
Alcuni di questi autori, malgrado nei festival occidentali siano stati premiati più volte, non sono molto noti e sono poco distribuiti nelle sale italiane. Altri invece, come Kitano, Tsukamoto, Miike ed altri, hanno ormai una vasta schiera di ammiratori, grazie anche al fatto che molti loro film sono facilmente reperibili su dvd o sul web.
Il cinema giapponese più recente forse non eguaglia i trionfi del passato (ad esclusione di Kitano che ormai è un maestro riconosciuto in tutto il mondo), ma dimostra comunque una vitalità e una libertà espressiva che bisognerebbe prendere ad esempio.
Preciso che anche in questa nota ho omesso i registi di disegni animati (ovvero il grande Miyazaki e i suoi illustri colleghi) perché penso che meritino una nota a parte.
Come per la nota precedente, cito i titoli dei film in lingua originale o in Inglese quando il film è conosciuto con questo titolo e non esiste un’edizione italiana.
Aoyama Shinji.
È considerato, per forza espressiva e temi trattati, tra i più interessanti registi della nuova generazione giapponese. Ha vinto due premi al Festival di Cannes con “Eureka” (2000) e con “Eli, Eli, Lema Sabachthani?” (2005) ha vinto sempre a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”.
Hiroki Ryuichi.
Regista molto prolifico che predilige personaggi femminili alla ricerca di una loro dimensione. Segnalo “Vibrator” (2003) e “It’s Only Talk” (2005), entrambi più volte premiati.
Ichikawa Jun.
Regista scomparso prematuramente nel 2008, è noto soprattutto per “Tony Takitani” (2004), delicato film sulla solitudine con la colonna sonora di Riyuchi Sakamoto.
Ishii Takashi.
Regista di film di genere, soprattutto softcore, cioè i cosiddetti “pinku eiga”. Il suo film più conosciuto è “Gonin” (1995), con Takeshi Kitano che interpreta uno spietato killer.
Kawase Naomi.
Autrice pluripremiata nei festival. Il suo è un cinema intimista dal taglio documentaristico, dove i piccoli gesti e i paesaggi naturali svolgono un ruolo fondamentale. Segnalo “Moe No Suzaku” (1997) premiato con la Caméra d’Or a Cannes, “Mogari No Mori” che nel 2007 ha vinto il Gran prix sempre a Cannes e “Nanayo” (2008).
Kitano Takeshi.
Non ha bisogno di presentazioni, è attualmente il più famoso e importante regista giapponese. Il suo personale linguaggio cinematografico non rinnega la lezione dei grandi maestri ed è amatissimo dalla critica, soprattutto europea. Pluripremiato nei festival. Da vedere tutti i film. Fra i più apprezzati dalla critica “Violent Cop” (1989), “Sonatine” (1993) e “Hana-bi – Fiori di Fuoco” (1997) , Leone d’Oro a Venezia; aggiungerei quelli più poetici come “L’Estate di Kikujiro” (1999) e “Dolls” (2002).
Koizumi Takashi.
Ex aiuto di Akira Kurosawa, ha realizzato dall’ultima sceneggiatura del grande maestro “After The Rain” (1999). Segnalo inoltre “Letter from the Mountain” (2002), film che dimostra come ancora oggi in Giappone si realizzino film umili, di rara semplicità e purezza.
Koreeda Hirokazu.
Autore che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Con uno stile che non dimentica la lezione di Ozu, affronta temi come i rapporti familiari, la solitudine, la memoria e l’elaborazione del lutto. Segnalo “Maborosi” (1995), premiato a Venezia, “After Life” (1998), il fondamentale “Nobody Knows” (2004), basato sulla storia vera di quattro fratellini abbandonati e il più accessibile “Air Doll” (2009), dove una bambola gonfiabile si accorge di avere un cuore.
Kumakiri Kazuyoshi.
Regista e sceneggiatore, il suo film più importante è “Hole in the Sky” (2001), che ha ricevuto il prestigioso premio FIPRESCI.
Kurahara Koreyoshi.
Regista noto per “Antarctica” (1983), un film basato su una storia vera che ogni cinofilo dovrebbe vedere e che in Giappone ebbe un enorme successo. Co-regista del documentario “Hiroshima” (1995).
Kurosawa Kiyoshi.
Nessuna parentela con Akira Kurosawa. Autore prolifico che lavora all’interno dei generi, contaminandoli nei contenuti e nello stile. Fondamentali nella sua filmografia sono “Cure” (1997), inquietante thriller psicologico, “Pulse (Kairo)” (2001), un’apocalittica storia di fantasmi che ha avuto un remake americano, e il suo capolavoro “Tokyo Sonata” (2008), che narra con rara lucidità la dissoluzione di una famiglia, premiato a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”.
Meike Mitsuru.
Regista di film softcore (“pinku eiga”), si è guadagnato la notorietà internazionale con il divertente “The Glamorous Life of Sachiko Hanai” (2003).
Miike Takashi.
Regista ipertrofico ed eclettico, allievo di Imamura ed erede di Fukasaku e Suzuki. Spazia nei generi con un cinema estremo, disturbante e a tinte forti, ma anche ironico e grottesco. C’è molto da segnalare vista la vastità della sua produzione; in particolare ricordo il cupo “Rainy Dog” (1997), il sentimentale che vira nell’horror “Audition” (1999), l’ultraviolento “Ichi The Killer” (2001), il trasgressivo e grottesco “Visitor Q” (2001) e quello che da molti è ritenuto il suo capolavoro, l’incubo psicanalitico “Gozu” (2003). Recentemente è uscito in Italia “I 13 Assassini”, che sta avendo un ottimo riscontro di critica e di pubblico.
Murakami Ryu.
Scrittore e regista di successo, ha tratto da uno dei suoi romanzi il celebre film “Tokyo Decadence” (1992), ritratto senza speranza della società giapponese attraverso la vita di una prostituta. La versione distribuita in Italia è criminosamente tagliata.
Nakahara Shun.
Regista e sceneggiatore. Segnalo il suo film “The Cherry Orchard” (1990) che ha vinto numerosi premi, ma purtroppo non sono ancora riuscito a reperirlo!
Nakashima Tetsuya.
Autore di vivacissime commedie, il suo film più conosciuto è “Kamikaze Girls” (2004), irresistibile affresco pop di un’amicizia fra due ragazze molto diverse fra loro che ha fatto incetta di premi.
Nakata Hideo.
E’ il regista di uno degli horror più famosi degli ultimi anni, “The Ring” (1998), che vanta due seguiti e un remake americano (inferiore all’originale), insomma un cult assoluto per chi ama il genere. Segnalo anche “Dark Water” (2002).
Oguri Kohei.
Regista che ha avuto una nomination all'Oscar come miglior film straniero per “Il Fiume di Fango” (1981), delicata storia di un’amicizia fra due bambini e che è stato premiato col Gran Prix a Cannes per l’ossessivo “L’Aculeo della Morte” (1990).
Okuda Eiji.
Attore affermato e da qualche anno anche regista, il suo primo film “An Adolescent” (2001), storia di una passione fra un poliziotto e una quindicenne (che fa lo stesso lavoro del protagonista di “Departures”), ha vinto numerosi premi.
Shimizu Takashi.
Regista di film horror, è famoso per la saga iniziata con “Ju-on” (2000), ottenendo il successo con il secondo capitolo nel 2003, poi rifatto in America.
Sogo Ishii.
Regista eclettico, il suo film più famoso è “The Crazy Family” (1984), feroce satira sulla famiglia. Segnalo anche “Labyrinth of Dreams” (1997).
Sono Shion.
Regista, attore e poeta, i suoi film sono opere ambiziose, con tendenze all’estremo e all’horror, che mostrano gli aspetti più inquietanti della società giapponese. Segnalo “Suicide Club” (2002), film su una serie di suicidi di massa che ha fatto molto discutere, l’allucinato incubo familiare descritto da “Strange Circus” (2005), e poi “Love Exposure” (2008), premiato a Berlino, e “Cold Fish” (2010). Gli ultimi due non sono ancora riuscito a reperirli.
Takita Yojiro.
Regista prolifico, ha spaziato dal soft-porno alla commedia. Il suo film “Departures” ha vinto l’Oscar 2008 come miglior film straniero. Si tratta di una scelta condivisibile anche se non particolarmente coraggiosa, poiché è stata premiata un’opera che, se da un lato propone una bella riflessione sulla perdita delle persone care e sulla morte, dall’altro offre anche un esempio di cinema consolatorio e rassicurante.
Toyoda Toshiaki.
Ex giocatore di scacchi professionista, ha realizzato “Blue Spring” (2001), film sul disagio giovanile che mi risulta essere un’opera particolarmente interessante, ma non l’ho ancor reperito.
Tsukamoto Shin’ya.
Autore del cult movie “Tetsuo” (1989), un incubo cibernetico dove un uomo si trasforma progressivamente in una creatura di metallo, al quale ha dato due seguiti. Segnalo inoltre l’intenso “A Snake of June” (2002), che lo consacra come autore, premiato a Venezia nella sezione “Controcorrente”.
Yamada Yoji.
Regista che si è fatto conoscere con la serie di film su “Tora-san”, un viaggiatore sfortunato. Ha ottenuto la nomination all’Oscar con “The Twilight Samurai” (2002), primo capitolo di una trilogia sul mondo dei samurai.
Attualmente gli autori di colonne sonore più affermati sono Joe Hisaishi, che lavora con i due registi giapponesi più famosi, cioè Kitano e Miyazaki, e Shigeru Umebayashi, noto soprattutto per la sua collaborazione col grande regista cinese Wong Kar Wai. Naturalmente non si può non citare il famosissimo e poliedrico Ryuichi Sakamoto, autore di alcune colonne sonore che hanno lasciato il segno.
Infine, segnalo due film che raccontano il Giappone dal punto di vista occidentale:
Il bellissimo “Yakuza” (1975) di Sidney Pollack e il più recente e delicato “Lost in Translation” (2003) di Sofia Coppola.
Nella precedente nota ho segnalato il libro "Storia del Cinema Giapponese" di M. Roberta Novielli, recentemente è uscito "Metamorfosi - Schegge di Violenza Nel Nuovo Cinema Giapponese" della stessa autrice.
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